Google Books: (molte) insidie e (pochi) vantaggi?

Google vuole creare una biblioteca mondiale digitale per mettere a disposizione tutti i libri. Dal punto di vista di un editore quali potrebbero essere i vantaggi e quali le insidie?
Una premessa: il benemerito motore di ricerca Google non è un’associazione di missionari dell’umanità e l’unica loro mission è il business; ma ciò di per sé non è negativo, come non lo è diffondere il sapere dei libri. Anzi, il tema è caro a tutti, editori autori librai e vari operatori editoriali, che però da un lato aspirano anche ad altre forme di promozione della lettura (perché gli incentivi sulla rottamazione sono solo su auto, bici e tv? perché scuole e biblioteche non hanno più risorse per i libri?) e dall’altro lato non possono permettere che vengano calpestati i diritti d’autore, alla base della capacità produttiva della filiera di quest’industria dell’artigianato. Come diceva Prezzolini: se i libri non si vendono e se non si guadagna con essi non se ne possono fare altri e la cultura muore…

Continua l’intervista su Google Books a Roberto Cicala,  docente di ditoria libraria e multimediale all’Università Cattolica di MIlano e direttore editoriale di Interlinea, studioso nel campo.

 A proposito di diritti d’autore, alcuni governi europei hanno lanciato la proposta di unificare la legislazione, che disciplina la proprietà intellettuale, a livello europeo. Questo significherebbe modificare le legislazione in vigore in ciascun Paese. Crede che sia realizzabile e soprattutto utile questa mossa?

In parte è già così: i diritti sono validi fino a 70 anni dopo la morte dell’autore. Prima in Italia duravano 50 anni e infatti qualche problema ci fu per Pirandello, D’Annunzio e la Deledda i cui diritti divennero liberi poco prima dell’allineamento europeo ai 70 anni e nel frattempo alcuni editor approfittarono per ristamparli. Invece la proposta di qualcosa di diverso e di nuovo, fatta da alcune parti, è di un diritto conteggiato a partire dalla prima edizione (come il Parlamento Europeo dovrebbe approvare per le canzoni). Ma Google fa finta di non sapere. In più fa il gioco sporco, usando la legge del silenzio assenso nell’adottare gli accordi Usa anche per i libri stranieri soltanto perché diffusi in America, dunque calpestando i diritti d’autore fondati su base nazionale. Insomma, è suggestivo pensare al mito della biblioteca di Alessandria che rinasce sul web grazie a Google, però non è tutto ora ciò che luccica.

L’idea di Google Books è quella di rendere disponibile per ogni individuo tutta la cultura libraria mondiale, digitalizzandola. Per evitare di violare il diritto d’autore, i libri protetti ancora da copyright potranno essere consultabili solo in alcune pagine. Questo non contraddice o non sbugiarda fin da subito l’obiettivo che la società si propone?

Di buoni propositi è pieno l’inferno, si diceva una volta… A parte la battuta, Google ha già dimostrato di mettere in rete libri sotto diritti senza chiedere il permesso. Poi un editore come può avere la forza di contrastare con azioni legali internazionali Google, il gigante di Mountain View? Si rischia che questa volta Davide perda davvero contro Golia. Anche l’AIE, l’associazione degli editori italiani, ha puntato il dito contro il rischio di danni sia verso aziende della settore che verso gli interessi degli stessi lettori. E anche Amazon e Microsoft non ci stanno: ma loro sono più di parte…

 È di qualche giorno fa la notizia dell’accordo tra Google e On Demand Books, la società ideatrice dell’Espresso Book Machine, una super stampatrice in grado di produrre 300 pagine in 4 minuti. In questo modo ognuno di noi potrà stampare libri voluminosi e introvabili in pochissimo tempo. Ma allora si ritorna al punto di partenza? Dalla carta al web e poi ancora alla carta . Ciò significa che il libro fisico non è destinato a scomparire, ma solo a perdere molta della sua qualità?

Potrei rispondere con un titolo: Non sperate di liberarvi dei libri. è il recente libro di Umberto Eco, che da tempo sostiene che il libro fa parte di quegli strumenti che, una volta inventati, non possono più essere migliorati (come forbice, cucchiaio, bici) ma neppure sostituiti del tutto. Quando nacque la fotografia molti annunciarono la morte della pittura; poi il cinema sembrò sotterrare la radio e i libri. Credo che le nuove tecnologie comprendano sempre l’uso dei linguaggi precedenti meno complessi. Dopotutto grazie all’e-mail e agli sms non siamo tornati a scrivere, pur in modo diverso? E l’e-book presuppone una modalità di lettura simile al libro, no?

Aggiungo che si fa presto a dire che la stampa digitale risolve i problemi di magazzino e di testi introvabili: come se fosse una magia tecnologica. Occorre sempre il lavoro di persone che digitalizzano, controllano, preparano e ciò ha un costo, per farlo bene. Non è poi detto che quei libri esauriti da tempo, per lo più stampati malamente in digitale, costino meno che da un libraio antiquario… Ma è comunque un atto di fede nel buon vecchi libro, no?

 In effetti chi garantisce che nella digitalizzazione effettuata da un privato non vengano compiuti gravi errori con la possibile diffusione di versioni apocrife con conseguenti danni per la cultura? Una ricerca dell’Aie sugli autori italiani del ‘900 inseriti in Google Books, infatti, ha rivelato non solo che nell’81% dei casi si considerano “fuori commercio” titoli di autori che non lo sono, ma anche che vi è la presenza di molti “refusi”.

Purtroppo certa diffidenza sul progetto di Google nasce da verifiche concrete, non solo da ipotesi. Su 274 opere analizzate del ’900 italiano, sotto diritti (Fo, Camilleri, Calvino…), ben  222 sono considerate da Google fuori commercio, dunque senza copyright. Idem, per esempio, per opere di Bob Dylan stranamente registrare come dell’800, così da non pagare dazio. Senza regole e controlli come ci si può fidare? Purtroppo però il problema non interessa gli utenti, soprattutto giovani, della generazione abituata a “scaricare e non comprare”, dunque sempre meno disposta a pagare per la cultura.

 È giusto privatizzare la conoscenza del mondo? Possiamo affidarla a Google e a un altro paio di eventuali società private?

Sembra retorico o banale dirlo ma biblioteche e università sono fatte per durare, mentre per le imprese è naturale cambiare e anche fallire. E se questo avviene, ecco un altro problema sul tavolo: tutto in fumo o in mano a non si sa chi (compresa la gestione dei diritti, che è alla base della vita intellettuale e reale di scrittori e musicisti: non va dimenticato).

 Per gli editori scientifici, il rischio maggiore che si nasconde dietro la proposta di Google è quello di inibire l’acquisto dei testi di apprendimento. Infatti, avere a disposizione anche solo il 50% di un libro che per sua natura non comporta la lettura integrale, potrebbe soddisfare comunque le esigenze dell’utente, che quindi poi non avrebbe più necessità di acquistare l’intero volume. È fondata questa preoccupazione?

Certamente. teniamo conto che la piattaforma digitale fa parte già del presente o non solo del futuro dell’editoria di contenuti, scientifica in senso lato: pensiamo a libri miscellanei anche di argomento letterario o economico o giuridico. Il lettore può richiedere la versione digitale, per esempio in pdf, di articoli o capitoli singoli pubblicati, come già avviene sulla piattaforma web di uno dei maggiori distributori all’estero, Casalini, in sicurezza, salvaguardando i copyright, con supervisione degli editori e ricavi trasparenti anche per gli autori. è una prospettiva interessante che prevede lettori consapevoli di un’editoria che ormai deve essere non solo di contenuti ma anche di servizi. E di recente Giovanni Peresson dell’Ufficio studi dell’Aie ha notato che in futuro non ci sarà più un solo mercato del libro ma tanti mercati: carta, web e chissà che altri.

 Google ha garantito che renderà disponibile la versione integrale dei soli libri non più protetti da diritto d’autore. Questo allora significa che le case editrici non potranno più ri-editare i grandi classici in apposite collane?

Dipende da quali lettori ci saranno in futuro: perché credo che Delitto e castigo possa comunicare la tensione esistenziale di Dostojevskij solo sulla carta, sfogliando le pagine di un libro, con quell’azione forse noiosa e impegnativa ma straordinaria che è la lettura; mentre un manuale di Photoshop ha forse più senso in formato digitale (anche se non c’è ancora uno standard di e-book, neppure dopo le nuove versioni di Kindle e di Sony Reader). però si dice che l’ultimo libro di Dan Brown abbia venduto più in versione scaricabile. Chissà perché mi viene in mente un libro edito dal Mulino di Ezio Raimondi, Etica del lettore…

 L’accordo che Google ha stretto l’anno scorso con editori e autori americani prevede la possibilità per Google, previa autorizzazione dei detentori dei diritti, di inserire pubblicità nelle pagine dei libri. In cambio, agli autori andranno il 63% dei ricavi. Viene il dubbio che questa operazione di digitalizzazione, presenta come un’azione culturale, sia in realtà una mera operazione commerciale, per vendere più pubblicità e guadagnare ingenti ricavi . Sempre nel contratto Google – autori ed editori americani si trova una clausola che permette alla società di godere di un incondizionato potere censorio, per escludere le opere non gradite. Di fronte a questa postilla l’Aie teme la creazione di un eventuale monopolio. Potrebbe realmente verificarsi?

Così sarà facile che vengano promossi solo i libri che rendono e che quindi hanno pubblicità. E naturalmente saranno sgradite e messe da parte le opere su temi non graditi agli sponsor pubblicitari, condizionando così la libertà di espressione! E poi non si dice come vanno calcolati i ricavi (quel 63% potrebbe rivelarsi uno 0,63% con nessun controllo). Insomma, la questione è delicata quando si tratta di libri, una merce che è atipica per il suo valore sociale, tanto che, come i medicinali, hanno un prezzo fisso di protezione stampato sulla confezione, al contrario della maggioranza di altri prodotti commerciali. Insomma, mancano regole precise, le stesse chieste dalle biblioteche nazionali di Firenze e Parigi che sarebbero disponibili a dare in pasto a Google il loro patrimonio di decine di migliaia di volumi.

Per concludere, Le chiedo una previsione sul futuro dei libri, soprattutto tra le nuove generazioni. Da un’indagine dell’Osservatorio Permanente sui Contenuti Digitali emerge non solo che il numero dei lettori è diminuito (dai 31 milioni di individui nel 2008 ai 29 milioni del 2009), ma si evidenzia anche che sono soprattutto i giovani ad interessarsi sempre meno dell’universo libri. Solo il 12% legge libri, giornali o vede film su internet, mentre il 27% dei navigatori dai 14 anni in su accede alla rete solo per divertimento. Inoltre, sembra che il 45% della popolazione (pari a 23,1 milioni di individui) non trovi alcuno stimolo per utilizzare la rete a scopo informativo e solo 1 italiano su 10 pensa che in futuro i libri elettronici affiancheranno con successo quelli tradizionali. Alla luce di questi dati, a quale futuro andranno incontro non solo i libri cartacei, ma anche e soprattutto i libri digitali?

A parte alcuni aspetti interessanti dell’indagine (per esempio sulla presenza di community in rete su temi anche letterari), il problema sta nell’educazione, dalla scuola alla famiglia: pare banale dirlo ma è così. Nelle classi, per esempio, perché le ore di narrativa sono state tagliate alle medie? Forse non è il libro a star male ma è la diffusione culturale, l’ambiente asfittico e indifferente in cui circola. Se ne parlava già alla fine dell’800 in un’opera ripubblicata ora, La fine dei libri di tale Uzanne. Chissà che cosa avrebbe detto di Google Books? Ed è comunque davvero curioso che un colosso mondiale che punta tutto sull’on line torni al buon vecchio libro: forse il libro non è morto ed è più vivo del virtuale?

Intervista rilasciata il 30 settembre 2009, a Milano, da Roberto Cicala alla redazione di “Presenza”, rivista dell’Università Cattolica.

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